Tintoretto:
Biografia
Figlio di un tintore di panni da cui deriva il soprannome, vive sempre a Venezia.
Frequenta, giovanissimo, la bottega di Tiziano. Il carattere geniale e turbolento dell’artista lo porta ben presto a distaccarsi da quel particolare classicismo veneto di cui Tiziano è uno dei maggiori esponenti.
Fin dagli inizi la visione di Tintoretto è legata al manierismo tosco-romano: studia con interesse le opere di Michelangelo arrivando così a mediare il «disegno di Michelangelo con il colorito di Tiziano». Il primo periodo dell'attività di Tintoretto culmina nell'Ultima Cena (1547) della chiesa di San Marcuola, in cui il pittore prende già le distanze dal tonalismo tizianesco impegnandosi in una dialettica figurativa sempre più geniale. Anche il Miracolo di san Marco (Accademia di San Marco, 1548), già considerato un capolavoro dai contemporanei, esprime l'aspirazione dell'artista a realizzare un più saldo equilibrio della sintesi cromatico-plastica. Per la scuola della Trinità, tra il 1550 e il 1553, dipinge le Storie della Genesi di cui la Creazione degli animali, Adamo ed Eva e l'Uccisione di Abele si conservano nell'Accademia di Venezia. In queste opere si afferma un nuovo senso della natura, nel paesaggio è proiettato il sentimento stesso dell'artista e ne è rappresentato il culmine lirico. Alcune opere, quali la Presentazione di Gesù al Tempio e la Crocefissione di san Severo (Accademia di Venezia) rivelano una vivacità cromatica che si discosta dall'intima tendenza di Tintoretto verso il chiaroscuro. A questo momento della sua vita artistica appartengono anche il Viaggio di sant'Orsola (San Lazzaro dei Mendicanti) e il Mosè che fa scaturire l'acqua .
Dal 1560 è la bellissima Susanna di Vienna in cui ritornano i richiami a Veronese. Poco prima del 1556 esegue la decorazione della Madonna dell'Orto che comprende due tele, una raffigurante l'Adorazione del vitello d'oro e l'altra il Giudizio Universale. Per quest'ultimo viene naturale il confronto con Michelangelo il cui Giudizio poteva esser stato visto da Tintoretto nel suo soggiorno romano. Nonostante le similitudini iconografiche, una differente concezione spaziale caratterizza in modo evidente l'opera dei due artisti. Nel 1564 Tintoretto inizia una grandiosa impresa che lo terrà impegnato fino al 1587: la decorazione della Scuola Grande di San Rocco. L'opera viene compiuta in tre momenti successivi: dal 1564 al 1566 decora la sala dell'albergo, tra il 1576 e il 1581 la sala grande superiore e tra il 1583 e il 1587 la sala inferiore. Nella sala dell'albergo dipinge la Crocifissione in cui si afferma una nuova grandiosità spaziale, uno spazio definito dai movimenti concitati della folla, dal balenio delle luci, da un dinamismo che crea un effetto altamente espressivo. Nella Cena e nel Battesimo della sala superiore si esprime, attraverso la tensione chiaroscurale portata al massimo rendimento, un profondo senso religioso ed evocativo. L'accentuazione luministica è ancora più evidente nei «teleri» della sala inferiore.
In questi anni, nonostante l'attività predominante sia a San Rocco, Tintoretto esegue le tele mitologiche (1577-78) per Palazzo Ducale in cui, come una recente pulitura ha mostrato, si allontana dai toni chiaroscurali facendo anzi un uso timbrico del colore.
Infine meritano particolare attenzione le due tele del coro si San Giorgio Maggiore: La caduta della manna e l'Ultima Cena (1594). In quest'ultima opera, che ripropone un tema tanto caro all'autore, la luce trasfigura la realtà quotidiana creando toni surreali: ed è questa dialettica fra realtà e astrazione, profondamente manieristica, che caratterizza l'ultima fase stilistica del grande artista veneto.
Tratto dall’antico testamento l’episodio narra di Susanna, moglie del ricco Ioachim, che, sorpresa mentre sta facendo un bagno nuda da due vecchi che si erano nascosti nel suo giardino, viene da questi ricattata vilmente: se non soddisfa le loro pretese sessuali affermeranno di averla vista mentre faceva l’amore con l’amante.
La donna, che non ha ceduto al ricatto, viene processata e condannata ma il profeta Daniele interviene e fa cadere in contraddizione i due anziani lussuriosi sciogliendo Susanna dall’accusa: chiede loro sotto quale quale albero avrebbero visto Susanna e l’amante ed i vecchi ne indicano due differenti.
Si tratta di uno dei temi preferiti dei pittori di tutti i tempi; la versione che ne dà Tintoretto di discosta però da quella consueta: alla drammaticità del momento in cui i due malvagi anziani si manifestano uscendo dal loro nascondiglio (quello preferito dagli artisti rinascimentali) preferisce soffermarsi sulle fasi precedenti alla rivelazione quando la giovane è serenamente intenta a prepararsi per il bagno, immersa in una natura rigogliosa e incorrotta.
In un dipinto impregnato di misurata serenità emerge il sinuoso corpo nudo della giovane donna illuminato da una morbida luce.
Ultima Cena
È la più nota delle versioni dell’ Ultima cena del Tintoretto, in cui egli dà prova di tutta la sua abilità nella resa di luci e ombre. 
L’alternanza di chiaroscuro aumenta la dinamicità della composizione e ne evidenzia l’elemento drammatico. Il pittore usa colori pastosi e monocromatici. Abbozza sommariamente i corpi in controluce, dipingendo in modo dettagliato soltanto i personaggi in primo piano.L’Ultima cena è ambientata in una taverna popolare. La scena è divisa in due dalla mensa disposta in diagonale.
Nella parte destra sono ritratti degli affaccendati addetti alla tavola, con vestiti dell’epoca. Sono raffigurati anche dei dettagli dell’umile vita contadina.
Giuda è riconoscibile: è l’unico, rispetto agli altri apostoli, a sedere sul lato opposto della tavola. Gesù è il fulcro della composizione. È intento a dare la comunione agli apostoli.
Il rito dell’Eucaristia è rappresentato secondo le norme dettate dalla Riforma cattolica, per amplificare la devozione nel Sacramento.
Si nota la spiccata abilità nel raffigurare gli angeli: per realizzare i messaggeri di Dio come esseri impalpabili il pittore distende sulla tela pennellate luminose e leggerissime, che rendono con efficacia l’inconsistenza dei loro corpi.
Leon Battista Alberti è stato un architetto, matematico, poeta ed umanista italiano; fu inoltre crittografo, linguista, filosofo, musicista e archeologo: una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento. Il suo primo nome si trova spesso, soprattutto in lingue straniere, come Leone.
Egli fa parte della seconda generazione di artisti del Rinascimento, di cui fu una figura emblematica, per il suo interesse nelle più varie discipline. Un suo costante interesse era la ricerca delle regole, teoriche o pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti; nelle sue opere menziona alcuni canoni; ad esempio nel De statua espone le proporzioni del corpo umano, nel De pictura fornisce la prima definizione della prospettiva scientifica ed infine del De re aedificatoria (opera terminata nel 1450) descrive tutta la casistica relativa all'architettura moderna, sottolineando l'importanza del progetto, le diverse tipologie di edifici a seconda della loro funzione. L'aspetto innovativo delle sue proposte consiste nel mescolare l'antico ed il moderno esaltando così la prassi degli antichi e quella moderna inaugurata da Brunelleschi. Egli lavorò al servizio dei committenti più importanti dell'epoca: il papato, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Malatesta a Rimini.
Alberti nacque a Genova, figlio illegittimo di Lorenzo Alberti, un esponente di una ricca famiglia di mercanti e banchieri fiorentini, banditi dalla città toscana nel 1401 per motivi politici. I primi studi lo videro interessarsi alle Lettere, prima a Venezia e poi a Padova, che abbandonò quando si trasferì all'Università di Bologna, la più antica del mondo occidentale, dove iniziò a studiare Legge (e forse Greco), sempre, però, coltivando parallelamente il suo amore per altre discipline artistiche quali la musica, la pittura, la scultura, le scienze, fisiche e matematiche, e la filosofia. Alberti si dedicò all'attività letteraria sin da giovane, prima ancora di impegnarsi nei suoi studi. A Bologna scrisse una commedia autobiografica in Latino, una lingua della quale possedeva una padronanza assoluta, la Philodoxeos fabula (Amante della Gloria), che ingannò tutti gli esperti dell'epoca, dai quali venne considerata originale ed attribuita a Lepido, il nome con il quale Alberti si firmò. Compose dei dialoghi, sempre in latino, le Intercoenales, e, nel 1428, un'opera intitolata Deifira, dove spiegava come fuggire da un amore iniziato male, probabilmente ispirato da vicende personali. Dopo la morte del padre nel 1421, Alberti entrò in forte contrasto con la famiglia, al quale si aggiunsero problemi di natura economica. Questa situazione portò Alberti a maturare la decisione di prendere i voti religiosi, per iniziare la carriera ecclesiastica. Nel 1431 diventò segretario del patriarca di Grado, nel 1432, trasferitosi a Roma, fu nominato «abbreviatore apostolico» (il suo ruolo consisteva nel controfirmare i «brevi apostolici», le disposizioni papali inviate ai vescovi). Per ben 34 anni lavorò come abbreviatore, vivendo tra Roma, Ferrara, Bologna, Firenze, Mantova e Rimini.
BIOGRAFIA
Nel 1433 Alberti iniziò a comporre quattro libri in volgare, una scelta importante, i Libri della Famiglia, considerati il suo capolavoro, terminati nel 1441. Si tratta anche in questo caso di un trattato, che "riproduce" un dialogo svoltosi a Padova, nel 1421. Al dibattito partecipano vari componenti della famiglia Alberti, personaggi realmente esistiti. Nel dialogo si scontrano due visioni diverse: da un lato c'è la mentalità emergente, borghese e moderna, dall'altro la tradizione, una mentalità classica legata al passato. L'analisi che il libro offre è una visione dei principali aspetti della vita sociale dell'epoca, il matrimonio, la famiglia, l'educazione, la gestione economica della famiglia, i rapporti sociali. Pur scrivendo numerosi testi in latino, del quale riconosceva il valore culturale e le specifiche qualità espressive, Alberti fu un fervente sostenitore del volgare, considerato più adatto alle esigenze di una società in cambiamento, della nuova società che stava nascendo. L'esperienza del Certame coronario, una gara di poesia dedicata al tema dell'amicizia, venne indetta a Firenze nel 1441, e doveva servire all'affermazione dell'importanza e del valore del volgare. All'idea di questo concorso va associata la stesura di diverse liriche da parte di Alberti, raccolte e pubblicate successivamente col titolo di Rime, quasi tutte di argomento amoroso, ma molto originali ed innovative tanto nello stile quanto nella metrica. Si tratta di uno dei primi esempi nella letteratura italiana del ricorso ad una metrica «barbara».
In città lavorò come architetto soprattutto per Giovanni di Paolo Rucellai, mercante ed umanista, suo intimo amico e la sua famiglia.
Proprio su commissione di quest’ultimo nel 1456 progetta il completamento della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, lasciata incompiuta nel 1365 al primo ordine di arcatelle, all'Alberti si presentò il problema di integrare gli elementi di epoca precedente: in basso vi erano le tombe inquadrate da archi a sesto acuto ed i portali laterali, sempre a sesto acuto, mentre nella parte superiore era già stabilita l'altezza del rosone dove, nella parte inferiore inserì al centro un portale classicheggiante, e pose una serie di archetti a tutto sesto a conclusione delle lesene, una fascia a tarsie marmoree separa i due livelli in modo da mascherare le contraddizione delle due parti, il livello superiore, scandito con un secondo ordine di lesene che non hanno corrispondenza in quella inferiore, venne concluso con un frontone triangolare, infine, a raccordare i due piani, vengono poste due doppie volute che mascherano gli spioventi del tetto. Il fattore di unificazione più potente delle due parti, l'inferiore una commistione gotico-rinascimentale, con quella superiore, fu quello di completare la composizione con incrostazioni a tarsia marmorea ispirate al protoromanico fiorentino, come nella facciata della chiesa fiorentina di San Miniato.
Nel 1447 gli viene commissionata la costruzione del Palazzo della famiglia Rucellai, il suo intervento in esso si concentra sulla facciata, posta su un basamento che imita l' opus reticulatum romano, realizzata tra il 1450 e il 1460, è formata da tre piani sovrapposti, separati orizzontalmente da cornicioni marcapiano e ritmati verticalmente da lesene di ordine diverso; la sovrapposizione degli ordini è di origine antica come nel Colosseo: al piano terreno lesene doriche, ioniche al piano nobile e corinzie al secondo, esse inquadrano porzioni di muro bugnato a conci levigati, derivate dal mondo romano, in cui si aprono finestre in forma di bifora, nel piano nobile e nel secondo piano, le lesene decrescono progressivamente verso i piani superiori, in modo che da creare l'illusione a chi osserva che il palazzo sia più alto di quanto non sia in realtà, l'unificazione della facciata viene data anche dalla luce che sul bugnato genera un forte chiaroscuro, che alle chiare lesene contrappone gli scuri delle aperture. Il palazzo diventerà modello per tutte le prossime costruzioni di dimore signorili.
PALAZZO RUCELLAI

Il palazzo Rucellai a Firenze è un tipico esempio dell'architettura quattrocentesca di questa città. Fu costruito tra il 1446 e il 1451 da Bernardo Rossellino, su disegno di Leon Battista Alberti, con la facciata completata quando ormai gli ambienti interni erano finiti verso il 1465. Fu commissionato da Giovanni Rucellai, membro di spicco della famiglia dei Rucellai, ricchi tintori di tessuti. L’Alberti realizzò un capolavoro di stile e sobrietà, e si dice che progettò questo palazzo quasi come illustrazione del suo manuale De Re Aedificatoria (Sull'architettura) del 1452, dove si spiega che l'architettura deve imporsi più per il prestigio delle proporzioni che per la dimostrazione di bellezza e fasto. Il Rossellino non si limitò a mettere in opera i lavori, ma apportò un aumento delle dimensioni originarie. Il palazzo appartiene tutt'ora alla famiglia Rucellai. Negli anni Noventa ha ospitato il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari.
La facciata, di un bugnato di pietraforte uniforme e piatto, è suddivisa orizzontalmente da trabeazioni via via di maggiore complessità e finemente decorate, in cui i motivi decorativi formali di un corretto ordine classico vengono sostituiti dalle armi del Rucellai. Al pianterreno lesene di ordine tuscanico dividono la superficie in spazi dove si aprono i due portali (in origine era uno solo, ma fu raddoppiato simmetricamente quando venne raddoppiato il palazzo e la facciata). Le campate in cui sono collocate le porte sono leggermente più ampie delle altre e sono inoltre contrassegnate dagli stemmi elegantemente scolpiti al di sopra delle finestre del primo piano. Vi corre davanti una panca di via, un elemento oltre che di utilità pratica per i passanti, che creava una sorta di piano base per il palazzo, come se si trattasse di uno stilobate. Lo schienale della panca riproduce il motivo dell'opus reticulatum romano. Al primo piano (piano nobile) lesene di tipo corinzio di forma alquanto ricca, e all'ultimo piano, lesene di tipo corinzio più semplice e più corretto, si alternano a finestre a tutto sesto, modellate da archetti e colonnine bifore. I tre ordini richiamano abbastanza chiaramente reminiscenze della struttura del Colosseo. Anche il bugnato a conci levigati si ispira all'architettura romana, come nel motivo del basamento a imitazione dell'opus reticolatum. Le lesene decrescono progressivamente verso i piani più alti, dando un effetto prospettico di maggior slanciatezza del palazzo rispetto alla sua vera altezza. Nella parte alta vi è un cornicione poco sporgente, sostenuto da mensole, oltre il quale è nascosta una loggetta ornata da pitture a monocromo del XV secolo, da alcuni attribuite alla cerchia di Paolo Uccello. Il fregio del piano terra contiene le insegne della famiglia Rucellai: tre piume in un anello, le vele gonfiate dal vento e lo stemma familiare, che compare anche sui blasoni sopra i portali.
R.W.
diche notizie. Appassionato di musica e poesia, frequenta gli ambienti umanisti e i salotti delle migliori famiglie veneziane. Nella sua opera sono evidenti le influenze di Giovanni Bellini, Durer e Leonardo. Il suo stile, caratterizzato da un sempre maggiore predominio del colore sulla linea e la composizione, costituirà una delle cifre più caratterizzanti della pittura veneziana e sarà di esempio per molti artisti fra i quali Tiziano, Sebastiano del Piombo e Palma il Vecchio. Nelle opere tradizionalmente assegnate al periodo giovanile, come l'Adorazione dei pastori (Washington, National Gallery), la Giuditta (San Pietroburgo, Ermitage) e la Sacra Conversazione (Venezia, Gallerie dell'Accademia), Giorgione manifesta una spiccata attenzione alla luce e ai toni sfumati che compendia le coeve esperienze venete e toscane. Nei dipinti più maturi, nella pala con la Madonna col Bambino e i santi Liberale e Giorgio (Castelfranco, Veneto) e nelle due tavolette degli Uffizi con La prova di Mosè e Il giudizio di Salomone, il paesaggio e la magia evocativa della natura cominciano a prendere il sopravvento, fino a dominare completamente la figura umana, come accadrà nei capolavori successivi, la Tempesta (Venezia, Gallerie dell'Accademia) e i Tre filosofi (Vienna, Kunsthistorisches Museum). Nel 1508 Giorgione realizza un ciclo di affreschi per il Fondaco dei Tedeschi, di cui è rimasto solo un frammento che rappresenta un nudo femminile (Venezia, Gallerie dell'Accademia). Di grande suggestione sono i ritratti, fra i quali ricordiamo il Doppio ritratto Borgherini (Vienna, Kunsthistorisches Museum), e il Ritratto di capitano con scudiero (Firenze, Uffizi), di attribuzione incerta. Nelle ultime opere, Venere (Dresda, Gemäldegalerie), Concerto (Firenze, Galleria Palatina) e Concerto campestre (Parigi, Louvre), la tavolozza e di conseguenza le attribuzioni si mescolano con quelle dell'allievo Tiziano. 


* Pala di Castelfranco,il cui vero nome sarebbe Madonna in trono col bambino fra i santi Liberale e Francesco, 1504-05, Treviso, Chiesa di San Liberale. Questa tavola non è documentata ma è concordemente attribuita a Giorgione. Si pensa che l’opera sia stata dipinta in morte di Matteo Costanzo, il cui stemma è dipinto sul basamento che sorre
gge il trono della Madonna. Il santo raffigurato sulla destra è sicuramente San Francesco, ma quello sulla sinistra, un tempo creduto San Giorgio, è probabilmente San Liberale al quale è dedicata la Chiesa che ospita la tavola. Il tema e la posizione della Vergine simmetrica tra i due Santi, sono tradizionali. I personaggi hanno atteggiamento rilassato, sono pensosi. La luce è attenuata tanto che il dipinto sembra quasi malinconico. La Madonna è elevata per rappresentare il ruolo di tramite tra sacro e profano e fra il luogo dove si trovano i Santi e la zona aperta alle sue spalle. La rappresentazione a scacchiera del pavimento è importante per il convergere delle linee prospettiche. Il punto di fuga è rialzato di modo che lo sguardo dello spettatore sia proiettato oltre il pannello divisorio. Nel paesaggio la distanza è data dal passaggio dai colori caldi dei piani più vicini, ai colori freddi delle zone lontane. Quindi Giorgione alla prospettiva aerea di Leonardo sostituisce la prospettiva cromatica, che era caratteristica del Bellini. Il disegno è limitato all’intelaiatura prospettico - architettonica.
* I tre filosofi, 1507-10, si trova in museo di Vienna. Raffigura tre personaggi a destra, un giovane seduto osserva qualcosa e prende misurazioni, un arabo è assorto nei propri pensieri e un uomo più vecchio che tiene in mano un foglio con segni astronomici.
Questi uomini sono circondati dalla natura. A differenza della pittura fiorentina, dove la natura è soggiogata all’uomo al centro dello spazio, qui la presenza umana assume meno importanza. L’uomo non è più un essere superiore che possiede la natura. Al centro dell’opera si apre uno squarcio di panorama chiaro, che si allontana per il contrapporsi tra colori caldi e colori freddi. Per dare allo spettatore la sensazione che lo spazio prosegua oltre i lati della composizione, gli alberi non sono rappresentati nella loro altezza totale. Lo spazio non è condizionato da una rigida prospettiva. L’arabo e il vecchio hanno entrambi un piede sollevato e l’altro posto in avanti per farci intuire che stanno compiendo un percorso, e questo toglie staticità alla composizione.
* La tempesta, 1507-10, Venezia, Gallerie dell’Accademia. Nel 1530 non si conosceva esattamente il titolo dell’opera. Nonostante il titolo la natura è ferma, serena, quieta. Inizialmente al posto dell’uomo Giorgione aveva rappresentato un altro nudo femminile. Capire che cosa stanno a significare i due personaggi è molto complicato proprio perché
Giorgione dà pochissima importanza alla storia narrata, l’ipotesi più attendibile è che si tratti della cacciata dal Paradiso Terrestre. Le dimensioni delle figure umane sono ulteriormente diminuite rispetto alla precedente opera, questo perché non sono protagonisti di una storia, semplicemente rappresentano l’umanità. La donna sta adempiendo a uno dei suoi compiti di madre. Sembrano attendere l’evento naturale che sta per accadere, cioè la pioggia. Infatti le nubi che sono in cielo sono squarciate da un fulmine. La natura, osservata dal vero è protagonista assoluta, e la figura umana perde d’importanza. Il disegno è eliminato, la profondità spaziale è data dalle diverse tonalità di verde. Anche qui si tratta di prospettiva cromatica. È anche rappresentata una cittadina veneta, al di là di un ponte in legno.
* Venere dormiente,1510, si trova a Dresda. Come si era visto nell’opera del Botticelli, Venere nacque dalla schiuma del mare. Non in questo dipint
o di Giorgione. Non sembra affatto Venere, perché qui non è la dea dell’amore, non nasce dal mare e non ha potere di dea. Si tratta semplicemente di un nudo femminile dormiente, ignara della propria bellezza e non si cura dell’osservatore. Il corpo, che si allunga in modo ondulato, è armonicamente inserito nel paesaggio. Si pensa che il pannello dove essa giace e il paesaggio siano opera di Tiziano, soprattutto perché il panneggio è in contrasto con la calma che contraddistingue Giorgione.